Alberto Carlo

 

Alberto Carlo, nato ad Alessandria nel 1950, tempi di cappelli Borsalino e foto in bianco e nero.

Costantemente citato in famiglia come ilcuginoalbertocarlo, non si hanno notizie di lui bambino. Nasce già adulto dall’altra parte dello specchio: suo padre si chiama Giuseppe Bagliani, cugino di Giuseppe Bagliani, mio nonno. Segue il padre dirigente di banca nelle varie sedi in cui è trasferito, diventando a sua volta dirigente di banca. Rifiuta la nomina a direttore per non essere trasferito in sud Italia e restare vicino alla famiglia, attorno alla quale graviterà tutta la vita.

Noi tutti abbiamo due vite, scriveva Pessoa, quella vera, che abbiamo sognato da bambini e che continuiamo a sognare da adulti, come persi nella nebbia, e quella falsa, quella che viviamo
giorno dopo giorno insieme agli altri.

Ilcuginoalbertocarlo da bambino sognava di fare il letterato, e questo continuerà a sognare anche da adulto. Dopo il suo precoce pensionamento continua a vivere con la madre in una villetta con giardino, il cui soggiorno sembra uscito da un romanzo di Fogazzaro. Su un tavolino d’angolo giacciono dei fiori sottovetro, e nel pomeriggio viene servito il rosolio in minuscoli bicchierini a visitatori attoniti. D’estate ospita nel suo giardino festeggiamenti di premi letterari di cui è giurato; scrive poesie e recensioni di libri.

Aspetta. La madre, molto anziana e piena di acciacchi, ha bisogno di continua assistenza. Ilcuginoalbertocarlo è preciso e paziente, sa che verrà il suo momento ma della sua vera vita potrà occuparsi solo quando la madre non ci sarà più. Aspetta. Si prende cura della donna e aspetta.

Nel 2012 la madre Luisa muore, lasciandolo orfano a poco più di sessant’anni. Il colpo è tremendo, ci mette qualche tempo a riassestarsi e a trovarsi pronto per la sua vera vita.

Il 30 novembre 2013, giornata freddissima, muore d’infarto su un marciapiede vicino a casa.

 

ilcuginoalbertocarlo

 

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Fiondi

Ufficialmente: frazione del comune di Bassignana (AL). Luogo di sfollamento durante la guerra.

A colpo d’occhio: poche case disseminate da una parte e dall’altra di una strada, su cui ho grattugiato più volte le mie ginocchia. Una sterrata che si allunga verso il cimitero, sentieri che si si arrampicano sulle colline. Ciliegi, gelsi e albicocchi a volontà. Vigne deserte e pozzi bianchi di calce.

Qui, in una casa bianca costruita da Pietro e ampliata a più riprese da Beppe, avevano il loro quartier generale i Bagliani.

Elemento fondamentale: il giardino della casa, in cui crescevano l’edera, la vite del Canadà, le more, le albicocche, le prugne, i fichi, le rose, i tulipani, le nocciole, le fragole, le primule, le amarene, le ciliegie, le noci, le margherite, le talpe, i bambini e le altalene.

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La casa di Fiondi evanescente durante la guerra

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Carmen

Carmen, nata a Fiume nel 1920.

Il nome le è stato regalato dal padre, appassionato d’opera, sorpreso dalla sua nascita quanto la madre Giorgia, che a quarantasette anni e dopo sei figli è pronta per la menopausa più che per un nuovo bebé. A dieci anni diventa ufficialmente baby sitter di Giulietta e Romeo, i suoi nipoti, figli della sorella Ida. A sedici anni, ad un veglione, accompagnata dalla madre di un’amica incontra Nevio. Si innamora ma perde l’amica, gelosa della sua conquista. Se ne farà una ragione. La storia con Nevio prosegue nonostante i suoi continui ritardi ai loro appuntamenti. Nevio aspetta anche due ore; Carmen deve occuparsi dei lavori di casa e poi farsi bella. Una volta si presenta all’incontro senza trucco. Nevio scopre così che ha una carnagione chiara, non creola come sembrava con la cipria. Nel 1938 si sposano. Avranno quattro figli: Azalea, Orchidea, Rosatea e Franco. Nel 1947 lasceranno Fiume per restare italiani. Si trasferiranno ad Alessandria, dove li raggiungeranno alcune sorelle di Carmen. Carmen continuerà a vedere le sue sorelle ogni giovedì pomeriggio, in un tripudio di krapfen, oresnazza, strudel di mele e di ricotta, e per finire un “bon cafè”.

Muore nel 2003, per collasso cardiocircolatorio.

La Carmen

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Ida

Ida, nata a Fiume all’inizio del Novecento.

E’ la seconda di una famiglia numerosa. Davanti a lei, solo il fratello Gino. E’ la prima delle sorelle. Deve dare l’esempio. Presto si sposa con Ercole e ha due gemelli, un maschio e una femmina. Li chiama Giulietta e Romeo, come due dei suoi fratelli. Avranno maggior fortuna dei loro omonimi. Finita la guerra, non volendo sottostare all’occupazione dei Titini, come la maggior parte degli italiani di Fiume Ida ed Ercole scelgono di lasciare la città. I loro sogni però vanno più lontano, non si fermano all’Italia, attraversano il mare e approdano in Argentina. Ercole parte nel 1947 e si stabilisce a La Plata, vicino a Buenos Aires, sull’estuario del fiume. Trova lavoro come meccanico in un’industria tessile e presto guadagna abbastanza da poter pagare il viaggio a tutta la famiglia. Ida parte nel 1949 con i bambini. Si imbarcano su un transatlantico, i gemelli vedono così tanta acqua per giorni e giorni da sospettare che tutta la terra sia sprofondata. Vivranno sulla nave e non dovranno più andare a scuola. Invece arriva, la terra, e parla un’altra lingua, a cui presto si abituano. Nel 1962 Ida e Giulietta tornano in Italia per una visita ai parenti, mentre Romeo ed Ercole restano in esilio. Le due donne rivedono fratelli, sorelle, zii e cugini; parlano la loro antica lingua, su cui inciampano. Sono già troppo lontane. Torneranno in Argentina e non la lasceranno più.

Ida muore nel 1993, ad aprile, seguita dopo tre mesi da Ercole.


Ida

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Mery

Maria, nata a Fiume nel 1924.

Molto piccola resta orfana di padre. Vive con la sorella maggiore Lina e la madre Francesca, che per mantenerle fa la baby sitter e le pulizie. A quattordici anni va a lavorare nel negozio di biancheria intima e calze da donna in cui già Lina fa la commessa. I proprietari non la chiamano Mery come tutti, la chiamano Irem, al contrario. Dopo qualche anno la madre avrà un’altra figlia, Iole, troppo vivace per i criteri dell’epoca, non molto benvoluta dalle sorelle. Sempre a quattordici anni, scortata dalla mamma e dalla sorella, conosce un ragazzo a un tè danzante. Lui ha ventitrè anni e fa sul serio. Passa buona parte della guerra a fare il militare in Calabria, ma torna a sposarla nel 1943, per assicurarle una pensione nel caso gli succedesse qualcosa. Nel 1946 ha il suo primo figlio, che partorisce quasi per strada. Qualche mese dopo scappa in treno dalla città occupata dai Titini. I suoi mobili la aspettano al deposito della stazione di Forlì, dove ancora oggi vive. Nel 1947 ha una seconda figlia. In seguito avrà tre nipoti, si dedicherà alla famiglia e passerà le estati sulla riviera romagnola, in compagnia qualche nipote, del marito e di una sorella del marito.

Casalinga per tutta la vita, si aggira ancora oggi per casa con uno straccio in mano, anche se non ricorda bene a cosa le serva.

Mery a quattordici anni


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Thea

Thea, nata ad Alessandria nel 1920.

A sei anni perde il padre. Viene mandata per un anno a casa di uno zio a Bergamo, dove fronteggia la zia Pierina e il bambino Arnaldo, legittimo pargolo della casa, sentendosi la Cenerentola della situazione. Quando viene rimandata ad Alessandria va a vivere con la madre e la sorella a casa della nonna, dove vivrà fino a che non si sposerà. E’ abile a cucire. Ancora ragazzina, inizia a lavorare per le modiste del quartiere. E’ bellissima, ma si farà sempre problemi per la sua carnagione lentigginosa, che cercherà di sbiancare con ogni genere di intrugli. Appena prima della guerra viene assunta come commessa in un negozio di uniformi militari. E’ circondata di corteggiatori, ma il suo preferito è il giovane proprietario del negozio in cui lavora. Si sposano nel paese in cui sono sfollati. E’ inverno e le strade sono coperte di fango. Gli uomini hanno lunghi cappotti e le donne buffi cappellini. Dopo la guerra hanno due figlie. Trasformano il negozio di uniformi in un negozio di abbigliamento sportivo, e poi in una fabbrica di confezioni di abiti. Viaggiano per l’Europa, sfilano a Parigi, comprano case tra le Alpi e al mare. Nell’arco di trent’anni perdono tutto. Thea resta vedova negli anni Ottanta e continua a vivere nell’ultima casa di famiglia con la gatta Lola. Sverna in Liguria con la sorella, giocando a carte davanti al mare.

Si ammala di Alzahimer e muore alla metà degli anni Novanta.


Thea è al centro, con un mazzo di fiori bianchi

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Arpad

Arpad, nato a Fiume nel 1916.

E’ il penultimo di una numerosa famiglia di quasi tutte donne. Abile calciatore, gioca per anni nella Fiumana fino a che non si rompe un menisco e deve smettere. Una domenica pomeriggio a un tè danzante incontra una ragazzina molto giovane, così giovane che non può andare in giro da sola ma accompagnata da madre e sorella maggiore. La ragazza gli piace, inizia a frequentarla con tanto di chaperon. Viene mandato militare in Calabria. Ci starà otto anni. C’è la guerra. Ha paura per la sua ragazzina da sola a Fiume. Durante una licenza la sposa, in modo da assicurarle una pensione nel caso gli capiti qualcosa. Quando rientra dalla Calabria inizia a lavorare come impiegato all’anagrafe. I Titini hanno invaso la città, gli italiani iniziano ad avere paura. Arpad prepara visti di nascosto per far scappare quanta più gente possibile. Lui e la ragazzina, che nel frattempo è cresciuta, hanno due figli: un maschio e una femmina. Quando si tratta di decidere se rimanere a Fiume o partire per l’Italia parte, chiedendo il trasferimento in una città di mare. Viene mandato a Forlì, dove vive tutt’oggi, a 96 anni, con la sua ragazzina che ne ha 88.


Arpad è il primo a destra, abbraccia sua sorella Gina

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